Sto combattendo troppe battaglie da troppo tempo. Sentirsi in trincea è per me un'ossessionante abitudine. Non mi accorgo della fatica, ma la fatica c'è, e arriva tutta insieme. Fa mucchio con l'onestà con cui mi racconto che tante battaglie le ho già perse, inutile combattere ancora; con l'amara verità che le ferite potrò solo rivestirle, camuffarle, ma non cancellarle.
Sono un bizzarro incrocio tra un reduce ed un legionario. Non me ne vanto. Sempre più preferirei un passato sereno, una vita tranquilla, una mente calma, un corpo che non conosce tormenti. Un ingranaggio ancora intatto, privo di sussulti.
Infilare a forza il disagio tra le pieghe del quotidiano, sperando di diluirlo. Immaginare che strilli, che spacchi, che fuggi, ma essere sempre lì, a contenere, a reprimere, a sedare te stessa.
L'ultima volta che ho resistito, che ho fatto la brava, 3 mesi dopo mi hanno diagnosticato un tumore. Pezzi di vita che nessun ti renderà. Puoi ringraziare di essere viva, ma non di aver vissuto.
A 5 anni di distanza, ancora mi chiedo se tutto questo valga la pena, se abbia senso. Ma è la mia domanda a non avere senso. Porsi certe domande non cambia il corso di certe vite. Apre solo incolmabili baratri tra te e il resto del mondo.
Piccole verità.
La verità di oggi è "mediocrità". Una caratteristica che combatto, ma che mi contraddistingue. Non necessariamente offensiva. Sono una persona mediocre, me lo dico da sola. Ho tante qualità a livello medio, non eccello in niente perchè obiettivamente, non mi sono mai impegnata per farlo. Credo si chiami accontentarsi. Non che non abbia mai provato a sparare alto. Tutt'altro. Finchè regge la pantomima, mi va bene. Capacità di illudere + successo facile e passeggero. Non è difficile tenersi a galla così. Quando invece si tratta di rimboccarsi le maniche, mi tiro indietro. Divento incapace. Più onesta di così...
Credo sia paura di confrontarsi con gli errori, o con la semplice verità di essere molto meno di quello che si credeva. Ancora più mediocri. Purtroppo non sono abbastanza stuoida da negare a me stessa l'evidenza. Ho sempre pensato in termini di eccellenza. O quello o nulla. O un nulla travestito da eccellenza. E ammetterlo non è affatto un primo passo.
Io sono sempre stata quella forte. Ed è incredibile come ci si abitua ad i ruoli. Io sopporto con un atteggiamento esteriore che è quasi stoico. Ed è altrettanto incredibile provare sulla propria pelle come ci si abitui ad una condizione da terra-di-mezzo, con la testa mai troppo in alto, vita comune insomma, o almeno è quello che ci insegnano a credere.
Devo aver firmato un contratto che non ricordo. E adesso ne pago le rate.
La verità incontrovertibile è che sono stanca. La mia è una stanchezza, come dire, "cronica", "nell'anima". E' quella di che tiene in piedi da 30 anni un carrozzone, un intero circo. Io sono TUTTI i personaggi. E' sfibrante.
Soono giorni che mi ricordo ad ogni passo cosa vuol dire stare ai margini. Non sono mai tranquilla, se non quando mi illudo di esserlo. E' un continuo fermento. Alla lunga perdo il sonno.
Una solita continua fuga, sempre più lontano, alla ricerca di qualche fantasia non ancora esplorata. E poi le luci si spengono. E io non sono mai veramente me stessa. O forse sono proprio tutte quelle cose.
Lo sai che ci sono momenti in cui ho perfino paura di scrivere certe cose? Ormai sono cose "scontate". E' così, punto. Non si cambia. Però sento il solito groppino alla gola. Penso, magari scrivo e mi passa. E poi penso anche che sono sempre... le solite cose... lamentele decennali. Verità sviscerate. Un labirinto da cui non si esce. Inghiotti e continua a camminare.
Mi manca qualcosa. Forse non è qualcosa di così importante, anzi. Ma in certi momenti è come un mattoncino su cui sembra poggiare l'intera mia vita.
Sì che ho paura del tempo che passa. Per tutto quello che non riesci a fare, per tutte le persone che non ci sono più, e per quelle che non ci saranno. Per i giorni in cui non riesci a contenere la tua fragilità. E per gli attimi magici che sono solo attimi tra una normalità e l'altra.
Anche il dolore, per quanto inutile, riempie i nostri spazi. Ci porta via pezzi di noi senza che sia veramente possibile fare niente. Se non aspettare.